venerdì, 14 agosto 2009,13:19

killshot-posterIl film è anonimo. Sebbene quella degli adattamenti cinematografici sia una questione molto delicata e criticata, Killshot, preso solo come film, è deludente. Non potendo parlare della versione originale cartacea, mi limito a fare considerazioni sul film, da cui però si può in parte trarre alcune considerazioni sulla trama stessa del romanzo di Elmore Leonard.
La storia è debole, incentivata da anonimi personaggi che una sceneggiatura scontata ha cercato di valorizzare riempiendoli dei soliti stereotipi e cliché caratteriali. Mickey Rourke, per nostra sfortuna, non è al massimo della sua forza, eppure il suo fascino e carisma escono comunque fuori. Il suo personaggio viene delineato come imprevedibile nel suo pericoloso silenzio; peccato che nel corso della storia questa sua caratteristica cada nell’ovvietà e in un prevedibile dramma finale che poteva essere trattato molto meglio.
Viene tratteggiato in maniera del tutto confusionaria anche il suo lato affettivo/amoroso, tramite il legame che ha con la sua famiglia e con Rosario Dawson. Il suo partner di avventure Richie è un ragazzo logorroico fuori di testa, la cui mentalità nasconde un bambino isterico dal grilletto facile. L’attore che lo interpreta è Joseph Gordon Levitt, e nei panni di questo squilibrato personaggio è davvero insopportabile. Forse questa sensazione è volutamente cercata da John Madden, o forse è un’altra lacuna dettata dalla sua inconcludente trascrizione del romanzo.
L’anonimità diventa fin troppo palese nei coniugi Colson, interpretati rispettivamente da Diane Lane e Thomas Jane. Il loro rapporto è opaco, quasi incomprensibile, e questi personaggi sono sorretti da un background pressoché inesistente. Oltre al fatto che la loro caratterizzazione viene quasi accantonata per una narrazione che ha cercato di simulare la cadenza ritmica di un libro (ed è palese per via degli avvenimenti molteplici distribuiti in un ampio lasso di tempo e anche di spazio), lo spettatore non riuscirà mai ad immedesimarsi in loro e nella loro paura.
Tuttavia, mettendo da parte queste fratture di sceneggiatura, il pathos si fa sentire. Il cocktail di azione frenetica e di tensione viene servito con goffaggine attraverso un montaggio discreto, ma in fin dei conti efficace. Senza di questo forse il film sarebbe stato totalmente una noia. Peccato che l’aumentare della tensione venga a scemare in un finale ridicolo e buonista.
La fotografia è scarna, ridotta a un’essenziale descrizione dell’ambiente, benché ci sia un tentativo di dare qualche emozione attraverso alcune composizioni visive non molto efficaci. Però l’ambientazione evoca abbastanza bene quel senso di desolazione e angoscia che il regista ha cercato di trasmettere attraverso altri canali comunicativi (come l’intreccio stesso e i personaggi). La scontata trama si affianca quindi a una monotona fotografia e a musica altrettanto insignificante. Film evitabile, ma forse di ausilio per chi vuole approfondire le dinamiche narrative di Elmore Leonard.

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