domenica, 26 luglio 2009,17:57

1061_bigMiyazaki è forse l’unico detentore del cinema dell’infanzia, dove la semplicità non è sinonimo di linearità o immaturità ma dell’innocenza come unica forza motrice dell’universo. I protagonisti dei film di Miyazaki sono quasi sempre dei bambini che si perdono momentaneamente nei loro timori e desideri per poi ritornare nel loro mondo con la consapevolezza e maturità di un adulto. Una metafora della crescita.
Ne La città incantata la famiglia di Chihiro si trasferisce in una nuova città. La bambina è costretta a dire addio a tutti i suoi amici e al suo vecchio mondo e durante il tragitto verso la nuova casa si imbattono in un tunnel che porta in una città deserta dove apparentemente esistono solo ristoranti e terme. I genitori vengono attratti dal un banchetto imbandito da cibo e prelibatezze locali. Chihiro è preoccupata e quando uno strano ragazzo di nome Aku gli dice di scappare immediatamente prima che faccia notte lei si ritrova d’un tratto sola in mezzo alla città che pian piano si sta popolando di strane creature e trova i genitori trasformati in maiali. L’aiuto di Aku sarà fondamentale per trovare una via di fuga dalla città.
Come in ogni film di Miyazaki, ne La città incantata le metafore e i riferimenti alle tradizioni nipponiche sono infiniti. La città è un luogo dove gli spiriti (della cultura giapponese) possono rilassarsi con ogni sorta di servizio. Agli esseri umani questo posto è precluso e la piccola Chihiro è costretta a doversi far accettare lavorando affianco agli strani personaggi. L’essere umano è visto come un qualcosa di negativo e durante il film il motivo non viene esplicitato, ma si intuisce che gli spiriti della natura sono costantemente messi in pericolo dall’ingordigia dell’uomo, che non fa altro che infettare qualsiasi cosa (esempio particolare è la sequenza del bagno dello spirito della sporcizia che si rivela essere lo spirito del fiume “pieno” della sporcizia dell’uomo).
La maturazione è il tema portante, e la consapevolezza delle proprie responsabilità viene raggiunta attraverso l’impegno e il lavoro che Chihiro è costretta a fare. Nella città incantata il meccanismo di divertimento degli spiriti nasconde un bizzarro ma logico sistema lavorativo, dove ognuno deve assolvere alle proprie mansioni. Yubaba è colei che dirige tutto quanto, una strega dai poteri eccezionali che attraverso un contratto dove il nome di Chihiro diventa di sua proprietà (venendosi a chiamare, secondo il sistema kanji, Sen). Il valore del nome rientra nei miti e nelle leggende delle culture orientali ed è affascinante come il potere del nome viene trattato.
Non si può non notare infine l’elemento della trasformazione e della metamorfosi. Molti personaggi delle favole di Miyazaki sono soggetti a una costante mutazione fisica del corpo, dove bizzarri mutamenti comportano un compromesso e di conseguenza un raggiungimento di una nuova visione della vita. Ne La città incantata la protagonista non subisce mutazioni, ma molti clienti/spiriti sono soggetti a inquietanti alterazioni fluide e acquose, oppure gli stessi genitori di Chihiro trasformati in maiali. Insomma, sembra davvero che il cinema di Miyazaki, oltre a inneggiare all’infanzia, privilegia espedienti narrativi in cui il mutamento dei corpi sono metafore di mutamento dello spirito e di crescita.
La storia procede dinamicamente: non annoia mai e la vita della città sembra reale. Questo è dovuto alla cura dei dettagli, quasi maniacale ma necessario per rendere evidente la firma artistica di Miyazaki. I gesti e i movimenti dei personaggi sono talmente fluidi che sembrano proiettarsi fuori dallo schermo; la loro caratterizzazione viene evidenziata attraverso un attento design in cui annegano le immagini, e la musica che le accompagna sono un azzeccato ed evocativo modo di dare ancor più espressività alla storia.
La storia si propone attraverso il sottile tema del incontro/scontro natura (rappresentata dagli spiriti) e uomo. Questo conflitto viene risolto dall’innocenza della bambina, dalla sua forza interiore e dal suo amore, unica chiave per rompere una maledizione che affligge Aku.
È un’esperienza visiva commovente. Miyazaki ci insegna che alla fine, in ognuno di noi, l’innocenza può essere ritrovata e può aiutarci ad vivere nel mondo.

venerdì, 27 marzo 2009,18:29

ponyoUn piccolo pesce rosso incontra per caso Sosuke, bambino che vive su una casa in cima a una scogliera, che si affaccia sull’oceano sconfinato. Ponyo sarà il nome che darà Sosuke al piccolo pesce rosso, con il quale si istaurerà un affetto incondizionato. Figlia di una divinità marina, per raggiungere il suo amico Sosuke creerà non pochi disagi alla piccola città dove vive il bambino.
E’ un innocenza quella di Ponyo  essenziale e coinvolgente, senza mezze misure e pura come l’acqua degli oceani incontaminati.

La delicatezza con cui Miyazaki disegna l’universo di Ponyo è incredibile, soprattutto perché riesce a contrastare questa delicatezza delle immagini con tematiche serie e attuali, e il messaggio morale (come in ogni favola) viene colto con particolari realistici che invadono l’immagine nitida del film, come la sporcizia che invade i fondali marini e gli anfratti tra gli scogli,  l’irruenza delle navi e  . Un messaggio eco- ambientalista, che mostra come l’uomo, per quanto possa avere il controllo sul mare, alla fine verrà travolto dalla sua forza incontrastabile un giorno. Tale messaggio viene incarnato dal misterioso personaggio di Fujimoto, padre di Ponyo, un tempo un essere umano ma che poi ha rinnegato la sua stessa natura per poter vivere nelle profondità degli oceani, e lavorando come bizzarro alchimista.
L’odio che prova nei confronti del genere umano è giustificato, e attende  il giorno in cui gli oceani potranno ribellarsi alla tirannia dell’uomo. E quando la piccola Ponyo scapparà la prima volta per poter esplorare la superficie, Fujimoto libererà la sua magia per poterla riportare indietro, e salvarla dal pericolo della terra ferma.
 La magia quindi ritorna in questo capolavoro di Miyazaki come una forza sconosciuta, misteriosa, e ancestrale , sedimentata nei miti e nelle leggende che solo i personaggi magici di MIyazaki possono detenere: Fujimoto lavora con pozioni misteriose, riesce a controllare le forze oceaniche e inquietanti creature acquatiche, mentre la piccola Ponyo ha un potere straordinario, poiché lei è figlia di una Divinità degli oceani. Un potere che però non controlla e senza rendersene conto sprigiona una potenza primordiale.
L’innocenza infantile di Ponyo e la forza della natura vengono narrati parallelamente, entrambi legati indissolubilmente dalla magnificenza dei disegni di Miyazaki, in un flusso di continua trasformazione e metamorfosi delle immagini( ad esempio  le onde del mare che si trasformano i enormi pesci e viceversa )
In effetti il tema della metamorfosi è costante nelle opere di Miyazaki: in Ponyo la piccola protagonista con la sua magia si trasformerà in una bambina,  e non mancheranno momenti in cui lei regredirà improvvisamente; inoltre il cambiamento è anche radicato nel carattere di Ponyo, che la spingerà a voler liberarsi dall’oppressione della sua esistenza.

Il mare occupa un ruolo importante nell’economia del film. Fa da sfondo alla tenera storia di Ponyo, ma Miyazaki non teme di rappresentare un mare oscuro e minaccioso, temibile e imprevedibile. E’ comunque il mezzo con cui il messaggio del film si fa strada.

L’infanzia viene tratteggiata con colori semplici e puri: Il personaggio di Sosuke è saggio e solare, oltre ad essere ben educato e rispettoso per l’ambiente che lo circonda; Ponyo invece è intraprendente e curiosa, da una forza straordinaria e vivace . L’amore che sboccerà tra i due è incontaminato, privo dei “rifiuti” che il mondo degli adulti lasciano negli oceani.
Il mondo degli adulti viene schiarito (anche se in Ponyo non è calcato con segni negativi) dalla dinamicità e amore di Lisa, la madre di Sosuke. L’affetto materno è un importante motore della narrazione nel film, che condurrà Ponyo e Sosuke a fare un viaggio tra le acque che solo popolate da antiche creature marine. La madre di Ponyo rimane avvolta in un mistero affascinante e mistico, e la sua aura e il suo potere spaventano persino Fujimoto.

Il film è un chiaro riferimento de “La sirenetta” di Anderson, ma comunque riletta e rielaborata sotto il personalissimo stile di Miyazaki.
inoltre è presente una bellissima scena che ricorda davvero molto le tonalità della Cavalcata delle Valchirie, con Ponyo che corre tra le onde del mare in burrasca, che nel frattempo muta aspetto in continuazione.

E’ un inno all’infanzia e all’innocenza, ma anche un ammonimento.
L’infanzia è un tema caro a Miyazaki, come baluardo di speranza e di saggezza, contro un mondo cupo popolato da “troppi” adulti.