sabato, 14 novembre 2009,12:08
Good Morning Aman
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Aman è un giovane somalo che vive la sua vita con apparente cinismo e distacco, ma che maschera una profonda insicurezza da quando il suo amico Said è partito per l'Inghilterra. I terrazzi dell'Esquilino diventano il suo personale pensatoio da cui può vedere il flusso frenetico di macchine e di persone, ed è proprio su uno di quei terrazzi che una sera il suo mondo di solitudine si incontra con quello di Teodoro, ex-pugile segnato da una profonda ferita, il quale cerca subito la compagnia del ragazzo, arrivando persino a pagarlo. In seguito nascerà un profondo rispetto e affetto che aiutarà entrambi a cercare la propria identità, a redimersi da una realtà dura e fatta di rimpianti.
Finalmente nel panorama del cinema italiano si impone una pellicola diversa e innovativa: Claudio Noce, regista di cortometraggi e documentari, esordisce con un lungometraggio (presentato alla scorsa Mostra Internazionale d'Arte Cinematografica di Venezia) coinvolgente e pieno di pathos, dove la macchina da presa ha movimenti inquieti e amatoriali, costruendo immagini vertiginose sino a raggiungere una poetica visiva quasi onirica. Il regista presenta una Roma diversa, multiculturale e oscura, teatro dell'isolamento e di ricerca di un posto nella società.
L'idea di fondo del film è di raccontare una storia sull'integrazione delle seconde generazioni di immigrati in Italia; con estrema maestria questo tema viene reso sottile non invadendo la narrazione, e l'analisi di questa realtà diventa un pretesto per poter tratteggiare il personaggio di Aman (Said Sabrie), ragazzo profondamente segnato dalla storia del suo paese e fuggito in Italia, come tanti altri, con la speranza di vivere in condizioni migliori. Viene raffigurato come un ragazzo pieno di difetti, profondamente umano nella sua imperfezione: bugiardo (nelle telefonate che fa a Said mente di navigare nell'oro), opportunista (sfrutta l'ambigua disponibilità di Teodoro, interpretato da Valerio Mastandrea, a dargli soldi) e pieno di sé, che si sente incompleto e senza prospettive future. Il talento affermato di Mastandrea non delude neanche stavolta, impersonando una figura criptica e piena di rabbia: il suo sguardo granitico, che nasconde sofferenza e follia, è l'elemento che costituisce la linea di tensione e di imprevidibilità del film.
La solitudine di entrambi, per quanto li accomuni, è differente per ognuno: Aman è costretto alla solitudine come conseguenza diretta della sua situazione di immigrato, e il processo di integrazione ha come conseguenza l'emarginazione; per Teodoro invece l'isolamento è una scelta, e la sua decisione di chiudersi in sé stesso – il motivo viene spiegato all'ultimo – ha l'obiettivo di disintegrare letteralmente la propria identità. Questa solitudine e debolezza viene espressa con pochi dialoghi: il regista ha scelto di ridurre la parola ai minimi termini sino a lasciar parlare il silenzio e la colonna sonora degna di nota; è proprio nel connubio musica/silenzio/immagine che il surrealismo esplode, ricordando per certi versi le tonalità del progressive rock, di cui i Pink Floyd sono i principali esponenti.
Il fascino di Good Morning, Aman non risiede solo nella storia, e lo sguardo di Claudio Noce è il vero contenitore di emozioni. I momenti di realismo estremo si alternano a un flusso di immagini ipnotiche e un linguaggio riflessivo; le inquadrature si stringono molto sui personaggi, come per irrompere nei loro pensieri rendendoli tuttavia indecifrabili e criptici; le riprese giocano sui vari elementi presenti in scena, sfocandoli al punto da renderli irriconoscibili o alternando la messa a fuoco in un gioco di occultamento/svelamento; e infine la fotografia colpisce sin da subito per la sua composizione geometrica che evidenza la ricerca della perfezione. Da ciò si può notare come Claudio Noce abbia voluto usare due registri stilistici: da un lato quello documentaristico, un linguaggio che il regista ha nelle vene, dall'altro quello del cinema di genere, valorizzando l'introspezione dei personaggi, costruzione raffinata delle immagini, della storia e delle emozioni raccontate. Good Morning, Aman fa parte di quel tipo di cinema puro che sa parlare per immagini, giocando con la macchina da presa e con la fotografia sino a esplodere nella fisicità della pellicola.

È importante dare spazio a film del genere, che vanno controcorrente e che allo stesso tempo sanno parlare allo spettatore senza pretese di artifici narrativi o cliché. Se c'è speranza per il mercato cinematografico italiano, risiede principalmente nella produzione indipendente di film: solo valorizzando i nuovi talenti si può svecchiare il cinema italiano, e Claudio Noce è il rappresentate di una schiera di registi che sanno raccontare qualcosa.

 

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venerdì, 13 novembre 2009,18:53
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Un alibi perfetto

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L'ambizioso giornalista C.J. Nicholas (Jesse Metcalfe) indaga sul procuratore distrettuale corrotto Martin Hunter (Micheal Douglas) facendosi per il maggior indiziato di un omicidio. Il piano va fuori controllo e finisce con essere incriminato e portato nel braccio della morte. Il noir si tinge di rosa quando Ella (Amber Tamblyn), assistente del procuratore e innamorata di C.J., prende in mano le indagini sul procuratore, scavando in una verità pericolosa e spietata...Un alibi perfetto non ha le credenziali adatte per imporsi nel panorama cinematografico, ma rimane una pellicola gradevole e semplice, con un ottima risoluzione finale dell’intrigo e un sorprendente colpo di scena. Come homevideo è consigliabile, come proiezione in sala può essere evitata.

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giovedì, 05 novembre 2009,11:25
martedì, 03 novembre 2009,19:42
diaryofthedeadJason (Joshua Close), giovane film maker, sta girando un film dell’orrore insieme ai suoi amici. Il gruppo non si immagina che il vero terrore si sta diffondendo in tutto il mondo, e che un’orda di morti viventi si sta riversando sulle strade, contagiando e uccidendo chiunque. La sopravvivenza è istintiva, ma Jason ha l’istinto di documentare tutto, e con la sua macchina da presa inizia riprendere la shockante verità che i media stanno minimizzando.
Nel 2007 George A. Romero ritorna in vita con un progetto interessante, incerto se preso nei suoi difetti narrativi e interpretativi, ma sperimentale se si considerato il passato cinematografico del regista. 
Aderendo al successo stilistico di Blair Witch Project, l'occhio di Romero si moltiplica e si trasferisce su più strumentazioni video: dalle telecamere a circuito chiuso a quelle dei cellulari, sino alla macchina da presa del protagonista cinefilo. La scelta di raccontare la storia attraverso diversi dispositivi non è casuale e il tema è evidente: chiunque ha possibilità di diventare un potenziale “film maker”, di documentare qualsiasi cosa con i mezzi a disposizione e poterla divulgare via Web, terreno fertile dell’amatoriale. Romero fa il punto della situazione dell’individuo contemporaneo, immerso totalmente nella tecnologia e con la rete Web come piattaforma per diventare informatori attivi e non solo essere fruitori passivi dell'informazione.
Come è solito nelle storie di Romero anche in questa pellicola il regista horror più temuto torna a parlare della società per mezzo dei suoi morti viventi, sempre più famelici e pericolosi. Inoltre trova un pretesto per parlare di cinema e del suo linguaggio come modo per combattere il monopolio dei media. È un film che fa riflettere sul ruolo dell’informazione: gli avvenimenti che stanno accadendo in tutto il mondo vengono divulgati occultando la gravità della situazione. La crisi dell’informazione è un pretesto per il protagonista Jason di documentare quanto sta accadendo, di poter informare e possibilmente aiutare tutti coloro che fuggono o lottano contro gli zombie. Internet diventa la roccaforte dell’informazione amatoriale, quella che vuole essere verità. 
Durante la pellicola, la telecamera passa da persona a persona, ma il protagonista Jason, il film maker in erba che per tutta la trama fa di tutto per poter riprendere i terribili avvenimenti, esemplifica il cinismo dell'operatore dietro la macchina da presa, il distacco dalla realtà per poterla mostrare; l’operatore che presta il suo sguardo per far vedere noi spettatori. Questo altro tema è interessante, ma pur troppo non sempre coinvolgente; comunque nel procedere della trama questo tema diventa un problema tra Jason e Debra (Michelle Morgan), la quale rimane shockata dalla sua ossessione e che solo in seguito comprende l’importanza delle sue azioni. 
L'impronta di Romero è evidente, ma stavolta non è eccezionale. Le cronache dei morti viventi ha il terribile difetto di essere troppo sperimentale, e non lascia spazio né a innovazioni e né a una storia coinvolgente. L' interpretazioni degli attori è più che scadente, e le scelte discutibili dei personaggi e le reazioni di fronte agli eventi terribili sono talmente irrealistici da lasciare incredulo lo spettatore, fin troppo abituato a certi tipi di azioni nel panorama del cinema horror. Le scene shockanti sono poche, ma lo splatter e il gore non manca di certo, appagando lo spettatore. Inoltre sono numerosi i riferimenti ai primi (La notte dei morti viventi e Zombie), che i veri amatori di questo filone filmico noteranno sicuramente, come ad esempio alcuni “camei” di personaggi dei film precedenti.
Nelle intenzioni di George A. Romero non c’è mai stato così tanto spirito cinico nel raccontare una storia di zombie, ma ha giocato tutte le carte in tavola a suo sfavore per poter rinnovare il suo stile. Il rischio è stato pagato con un film non convincente. Un sequel è già in lavorazione, e lo stile di ripresa “amatoriale” non è in programma; si spera in una rivincita di Le cronache dei morti viventi.
 
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Riccardo Rudi

 
mercoledì, 28 ottobre 2009,22:01

bruno

Da inviato Pakistano a gay modaiolo Austriaco, Sacha Baron Cohen colpisce ancora con la sua irriverenza e “disgustosi” abbigliamenti indecenti e provocanti, proponendo un altro personaggio dall’incredibile forza ironica e critica sociale. Seguendo la scia del successo di Borat: Studio Culturale Sull’America a Beneficio della Gloriosa Nazione Del Kazakinsta, Bruno tenta in un modo o nell’altro di superare quel limite del precedente film, emulandolo molto da una parte, ma divertendo in maniera spropositata e scandalosa. La macchina da presa diventa un occhio nascosto che assimila le reazioni delle persone di fronte all’irriverenza di Bruno.

La comicità fortunatamente non è fine a sé stessa: ciò che viene mostrato durante il film è un piccolo spaccato della società, ma mentre nel precedente “Borat” l’ironia verteva soprattutto sul disagio e sul pregiudizio che suscitava il protagonista nelle sue improbabili azioni, in Bruno l’umorismo si concentra sul protagonista, costruendo l’humour più sul messaggero che sul messaggio, benché le pretese del film sono quelle di divertire a priori, e di far riflettere a posteriori.
Uno degli espedienti narrativi che caratterizzano questo film, così come in Borat, è l’intrusione nel mondo dello spettacolo e non solo, carpendo attraverso la trasgressione la risposta del tutto imprevedibile della gente che vede questo ambiguo personaggio agire contro ogni regola socialmente etica, e il quale fa di tutto per poter creare disagi e disordini. Sebbene sia uno dei punti di forti del film, è anche la parte più ambigua poiché apparentemente è fin troppo artificiosa la reazione delle persone, e questo fa dubitare della spontaneità di chi entra in contatto con Bruno/Sacha Cohen. Sicuramente ci sono scene costruite meticolosamente per renderle più realistiche possibili.
Secondo le note della produzione, il film è pericolosamente costruito sull’imprevedibilità. Già in Borat la troupe ha rischiato un infinità di volte la vita, letteralmente, e in Bruno non viene smentita questa costante di follia. Gi scontri con le forze dell’ordine, da quanto raccontato, sono stati maggiori rispetto al precedente film, ma la polizia era il minore dei mali e il rischio insito nella provocazione della figura di Bruno è altissimo.
Le location del film spaziano da Milano a Parigi, sino a New York, variando l’ambientazione e l’interazione con le diverse società che si incontrano. La scena più pericolosa ma allo stesso tempo più esilarante è quella dove  Bruno vuole favorire le negoziazioni di pace in Medio Oriente, e poi l’interazione con veri terroristi. Oppure quando a Israele Sasha Baron Cohen esibisce parti del corpo e viene inseguito da una folla di furiosi, pronta a far male davvero all’attore per il suo comportamento immorale. Insomma c’è una insana volontà nell’espandere il verbo di Bruno il più lontano possibile.
Tra le scene molto divertenti c’è quella del talk show, dove Bruno, adottato un bambino di colore, affronta un pubblico indispettito. Infatti il neo genitore Sasha Cohen, annunciando che ha scambiato il bambino con un ipod, viene assalito dall’indignazione del pubblico afroamericano. Questa scena mostra con divertimento la depravata e sconvolgente educazione del modaiolo Bruno, e le risate sono assicurate.
I crediti finali hanno una imprevedibile sorpresa, un video dove partecipano parecchi volti noti del mondo musicale. Questo film è un altro colpo basso di Sasha Baron Cohen, che politicamente scorretto, senza vergogna e senza esitazioni sfida la pazienza della società.

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venerdì, 23 ottobre 2009,22:15

genova_winterbottomIl regista Micheal Winterbottom (The Road To Guantanamo, Orso d’Argento per miglior regia al Festival del Cinema di Berlino) si è cimentato in un progetto che affonda le radici nel nostro paese. Dopo aver visitato l'Italia anni addietro, il regista di Genova ha trovato l'ispirazione per narrare una storia di un drammatico lutto e della necessità di ricominciare da zero in un altro paese.

Dopo la tragica morte di Marianne, il marito Joe decide di andare a vivere insieme alle sue due figlie Kelly e Mary a Genova grazie all'aiuto di Barbara, sua amica di infanzia, e dove ha ottenuto una cattedra presso l'università di Genova. Dalla morte della madre i delicati legami tra le due sorelle si incrinano sempre di più, e Joe cerca di mantenere unita la famiglia con l'affetto che contraddistingue un padre generoso e sensibile. Kelly inizia a vivere la nuova situazione frequentando nuovi amici e allontanandosi sempre di più dalla famiglia, mentre la piccola Mary continua a non accettare la morte della madre. La figura della madre inizierà a seguire Mary, mentre ognuno tenta di vivere la propria vita sotto il cielo ligure.
L'integrazione è il tema principale intorno a cui ruota l'intera pellicola: la famiglia di Joe vive una situazione di isolamento, dovuta al necessario trasferimento. I loro primi mesi sono un limbo poiché si lasciano alle spalle la vecchia vita e iniziano a cercare la loro nuova strada. La solitudine che provano e il dolore che vivono sono delle costanti che non permettono a nessuno di loro di poter riflettere sul delicato cambiamento, il quale viene vissuto in modo forzato e accelerato con l’intenzione di adattarsi e di farsi una nuova vita senza dare tempo all’elaborazione del lutto e del distacco dalla loro vecchia città, Chicago. Le reazioni di Kelly evidenziano questo processo: vuole evadere totalmente dalla famiglia, incolpando inconsciamente la sorella per la morte della madre e il padre per essere oppressivo. Dal canto suo il padre Joe è preoccupato a tener d’occhio la figlia maggiore, e la conseguenza è che la piccola Mary viene persa di vista. Micheal Winterbottom è intenzionato a raccontare questi legami che si evolvono, sino a giungere a un finale un po’ semplicistico e sbrigativo.
L’introspezione dei personaggi è il punto forte del film. L’interpretazione di Colin Firth riconferma le ottime qualità dell’attore inglese. Willa Holand (The O.C.) fa la parte della teenager ribelle, e le sue doti artistiche sono valorizzate pienamente. Perla Haney-Jardin promette di essere una bravissima attrice: nel film sopporta perfettamente il peso del suo personaggio, psicologicamente provato dalla morte della madre e obbligata a dover vivere una situazione di solitudine.
L’atmosfera che si vive è di ansia. Le strade e i vicoli labirintici di Genova sembrano gettarsi sui personaggi, e Kelly e Mary rischiano di perdersi in continuazione nei meandri della città. Micheal Winterbottom ha le sue origini stilistiche nel documentario, e in questa pellicola l’uso della macchina da presa a spalla è essenziale per trasmettere le sensazioni di smarrimento e timore provocati della nuova città sconosciuta. Inoltre, da quanto ha detto il regista stesso, il set e la crew erano ridotti al minimo: intere sequenze venivano girate in un colpo solo, agli attori era chiesto di recitare senza ulteriori prove e delle riprese erano improvvisate. Il lavoro registico che c’è dietro è volto a mostrare riprese quasi“documentaristiche”, realizzando una pellicola dove il realismo dei sentimenti e delle situazioni è tangibile. Se questo registro registico e di montaggio da le dovute sensazioni richieste del regista, usato come costante di tutto il film diventa esasperante e monotono. Vengono riproposte continuamente le stesse situazioni in cui le protagoniste si trovano nelle stradine confuse dove l’inquietudine di perdersi è in continuo crescendo. 

La storia presenta personaggi “outsider”, provenienti da un altro luogo, e all’inizio la loro permanenza in Italia assomiglia molto a un viaggio turistico; ci sono molte scene dove attraverso il personaggio di Barbara, esperta conoscitrice della città, vengono descritti i vari luoghi caratteristici della città. Anche in questo caso l’elemento “turistico” è esagerato, e il regista rischia di far diventare la pellicola un film/documentario su Genova e sul turismo ligure.

È notevole la sceneggiatura (Laurence Coriat), ma il film ha il difetto di avere una narrazione molto lenta, attraversata da una linea di tensione e attesa che tiene comunque concentrato lo spettatore. Le intenzioni del regista di mostrare la dura realtà del lutto e dell’integrazione sono evidenti ma l’impatto emotivo viene a volte arrestato da una superficiale attenzione alla costruzione narrativa.

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